In Italia si parla di accessibilità web dal 2004, grazie alla Legge Stanca. Solo il nome può magari mettere un po’ di affaticamento ma è una questione importante per tutti. E oggi, con l’European Accessibility Act, la faccenda si fa seria: dal 28 giugno 2025 anche le aziende italiane devono adeguarsi agli standard europei.
Nel 2022 i siti pubblici dovevano rispettare le WCAG 2.0, le Web Content Accessibility Guidelines. Il principio era semplice: rendere tutto percepibile, utilizzabile, comprensibile e robusto. In pratica, contenuti chiari, immagini con descrizioni alternative, testi leggibili, interfacce navigabili anche solo con la tastiera, codice ordinato e pulito. Con le WCAG 2.2 l’asticella si alza. Ora servono focus ben visibili e più attenzione per chi ha difficoltà cognitive o di memoria. I pulsanti e le icone devono essere abbastanza grandi e visibili così come i link. Niente più animazioni eccessive che possono confondere e i captcha con elementi ambigui da individuare sono sostituiti con reCAPTCHA enterprise, trasparenti e intelligenti.
Anche le notifiche devono parlare chiaro. Se succede qualcosa sulla pagina – un errore, un caricamento, un messaggio – l’utente deve capirlo subito. Le chat di supporto devono essere visibili, con una comunicazione non macchinosa ma anzi dare l’idea di un rapporto one-to-one. L’accessibilità si progetta da subito, non si inventa dopo.
Lo schemino riassuntivo che aspettavi.
In breve? Meglio muoversi per tempo e in anticipo, prima che possibili multe da 5.000 a 50.000 euro arrivino a bussare alla porta.
Microimpresa
(Meno di 10 dipendenti e meno di 2 milioni di euro di fatturato)
Tranquillo, nessun obbligo...per ora.
Piccola/media impresa
Hai tempo fino a giugno 2030 per metterti in regola ai requisiti di accessibilità stabiliti dalle WCAG 2.1 livello AA e dalla norma tecnica EN 301 549.
Grande azienda
(Fatturato medio ≥ 500 milioni negli ultimi 3 anni, PA, concessionari di servizi pubblici, aziende che ricevono fondi pubblici)
L’adeguamento è obbligatorio, come fare la dichiarazione di accessibilità. Sì, anche quella.
Un esempio? Atlas: bello e accessibile.
Naturalmente firmato XTRA.
Colori con contrasti netti, layout leggibile, navigazione intuitiva anche da tastiera. La ricerca è in alto, dove ci si aspetta di trovarla. I form sono chiari, con etichette ben visibili. I video non partono da soli, ma li scegli tu. I breadcrumb ti indicano sempre dove sei. La homepage è organizzata in modo da mostrarti subito le sezioni principali, senza salti di stile o effetti fastidiosi.
Rendere un sito accessibile significa fare in modo che tutti, davvero tutti, possano usarlo con facilità. L’accessibilità non è solo rispetto per chi ha disabilità: è anche logica, buon senso, chiarezza. L’esperienza utente migliora se permetti alle persone di adattare il sito alle loro esigenze, se riduci la necessità di ricordare informazioni da una pagina all’altra, se la navigazione è coerente e prevedibile. E se eviti di far compilare lo stesso campo tante, troppe volte.
Fare un sito accessibile conviene. A te e a chi lo usa. Perché dimostri attenzione, perché allarghi il tuo pubblico, perché un sito fatto bene funziona meglio. Anche Google se ne accorge: codice ordinato, contenuti chiari, immagini ben descritte... tutto aiuta l’indicizzazione e a farti comparire più in alto nelle ricerche.
Se sei già in regola, ottimo. Se non lo sei, parliamone.
C’è tempo fino al 2030, ma se ci pensi ora, sei già avanti.